Omaggio alla beat generation

Omaggio alla beat generation verso una rivoluzione tutta italiana

Pier Paolo Pasolini è mio padre. Ma Allen Ginsberg è mio zio. Io sono convinto, ma questa è solo una mia congettura, che quando mio padre ha conosciuto mio zio, suo fratello, questa conoscenza abbia impresso alla sua poesia un cambio quasi totale. Ovviamente non sono qui ad analizzare mio padre, cosa che per molte ragioni non si deve mai fare, ma sicuramente nella sua ultima raccolta, Trasumanar e Organizzar, egli mutua dai poeti americani e soprattutto da Allen Ginsberg (la raccolta Urlo è del ’56) un modo di essere evidentemente molto più sciolto rispetto a prima, cioè al Pasolini degli anni ’50 (pensiamo ad esempio a Il canto popolare). Il “più moderno di ogni moderno”supera dunque il suo pur progressivo ma vecchio sapere mentale e letterario (diventato più che stantio negli anni ’60, con punte anche retoriche e moralistiche) per sposare un sapere e dunque un essere e uno stile in buona misura affratellato ai poeti beat. Il nostro essere moderni ci impone sempre una continua trasformazione, ma la modernità dei poeti beat, per un italiano vivente in Italia, si configurava sicuramente come una specie di ristrutturazione mentale. Tuttavia, per un uomo colto e moderno, la sola vera trasformazione possibile era quella, dato che la neoavanguardia italiana del “Gruppo ’63” non era nulla in confronto al movimento della beat generation coi suoi poeti realisti, coi suoi musicisti impegnati, un po’ come non fu nulla il marinettismo (che io smetterei di chiamare “futurismo”) rispetto al futurismo russo e alla modernità di un Majakovskij o di un seppur ignoto Chlebnikov. Del resto Marinetti non ha inciso minimamente nella storia della lettaratura e della modernità dell’Uomo e se viene ricordato nei libri è soltanto perché gli storici sono fascisti anche quando non lo sono (qualunquismo), come tutti coloro che in Italia rivestono un qualche ruolo riconosciuto. Come racconta Roman Jakobson nel suo libro Una generazione che ha dissipato i suoi poeti, Vladimir Vladimirovic Majakovskij e gli altri futuristi russi si rifiutarono di ricevere alla stazione il nostro futurista, vate degli atteggiamenti più stupidi e retorici tra cui “la guerra come repulisti del mondo”. Una mattina di due anni fa nella casa di Pina Piccolo ad Imola, in una appassionata quanto oziosa chiacchierata di circa due ore che non scorderò mai, il grande romanziere e saggista brasiliano Julio Monteiro Martins mi contestò questo amore “beat” (da cui nasce, per fare un esempio chiaro, la mia videopoesia Alle nostre care facce di merda…- fruibile in questo blog). “La beat non esiste più, inutile accanirsi, la poesia, invece, esisterà sempre” diceva il grande romanziere consumando la sua colazione di panini al formaggio e salami. Ma mentre la pioggia scendeva fitta e seria su Imola e il nostro Martins era al quinto sandwich, io gli obiettavo con veemenza e amarezza tutto il mio scetticismo sostenendo che la poesia era già morta, o comunque era diventata roba da fantasmi e che solo una rinascita della poesia beat (in realtà mai nata in Italia) poteva forse, dico forse, rappresentare un estremo atto di vita poetico, anche fosse solo per via di una respirazione bocca a bocca. Ma per quanto potevo essere realista, da poeta non avrei mai potuto scrivere il necrologio della poesia, proprio come il seppellimento dell’agricoltura non dovrebbe mai venire per mano del contadino – lo dico mentre penso a un video sulla vendita di terre romene ad aziende straniere, dove un contadino romeno recita sulla simbolica bara dell’agricoltura ( vedi in questo blog il post Salviamo la Romania).

Se Martins aveva torto ed io ragione non potremo forse mai scoprirlo, tuttavia, contro la morte della poesia io persevero nella mia strada e con la poesia in azione mi pongo sulla linea di mezzeria, nella dirittura di una possibile rivoluzione sociale e poetica da darsi in Italia non come poesia totale (Adriano Spatola ieri) né come poesia museale (Nanni Balestrini oggi) ma come una posizione d’impegno di cui il verso, l’immagine, l’urlo, la musica, il ritmo, il gesto, se usati come armi polemiche verso nemici concreti e ben individuati, possono diventare una stupenda azione rivoluzionaria. In omaggio alla beat generation ho creato questa videopoesia su alcuni versi di Burroughs e, soprattutto, di Allen Ginsberg. Ne sono poi seguite “azioni” video-performativi svolte sia nella rassegna cinematografica MiniarenaPigneto dell’ass. Alphaville (i grandi Patrizia e Pino!) sia in diversi locali di Roma. La parte audio è stata da me resa in loco in vivavoce.


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