Alcuni versi

Alcuni versi

dalla raccolta

POESIE STRAPPATE CON MIRABILE SFORZO E INAUDITA COMPOSTEZZA

AGLI INIZI DELLA SECONDA DECADE DEL 2000

IN UN’ITALIA CHE RUTTA

O TACE UBRIACA


Gesù ieri oggi e domani (brandello di un poemetto zoppo)

Nel nazismo dei fulvi forni crematori ubicati nelle pulite verdi campagne (ne fu davvero ignaro il popolo tedesco o piuttosto fu colpevole, come il nostro?) furono uccisi 230.000 bambini ebrei tra Auschwitz e Birkenau e poi

il domani:

consumismo di limpidi forni televisivi pubblici e privati ubicati tra Roma e Milano (ne siamo davvero ignari, popolo italiano, o invece sappiamo?) dove milioni di bambini hanno portato – ora di cena – e fatto bruciare

“Gesù ieri oggi e domani” scrivono di te, Dio delle televisioni, e dicono che muovi il passo “su questa Via”, che sei “amato dai bambini”, che “hai disposto perché ti amassero ( in questa TV)” ma poi dicono anche: “sono solo bambini” anche questa è una frase loro, Luogo Comune

di quelli che là dentro parlano con apologia dell’infanzia e sembrano i buoni coi monelli preti e genitori uniti in un’orgia senza nome

“Gesù ieri oggi e domani!” e s’inginocchiano, e mani sulle testoline, e mostruosi amorosi liberali con arpione che strappa tessuti di purezza, nostra Nazione calmo lager in cui i bambini “sono solo bambini” e – per programma – diventano gomma, oggetti di morte in mani pretesche, contratti per glorie televisive da contarne l’indomani i numeri “sono solo bambini” o la nostra NUOVA GENERAZIONE? (dico io ma chi mi ascolta?) Imitano i famosi, conciati come loro, piccolissimi candidi in studios bunker mischio di donnacce, guitti, comici tristi come quei pubblici claque e “Gesù ieri oggi e domani” i bambini mutano in guitti perfetti assassini e suicidi del domani tra applausi di morti, microfoni, caverna d’italia buia macchina di luci ieri e oggi e domani? (Sarà davvero così anche domani?)

Sono sicuro che possiamo riaverlo il grande BAMBINO DENTRO dalle percosse della Chiesa e del Regno fosse anche dall’orgia più oscura possiamo riaverlo, strapparlo all’arpione!

Verginità, Innocenza, Timidezza, Stupore torneranno alla nativa sorgente (dove sono stato anch’io e tutti…) e sarà la NUOVA GENERAZIONE a distruggere per sua mano questi forni ……………….. ………………….. …………………


***

Dopo la piena ho visto il Tevere

Dopo la piena ho visto il Tevere.

Si chiama “piena” la sua massima espressione, il suo atto magnifico, con dignità di gigante. Anche l’Uomo ha il suo atto magnifico e la sua dignità può essere gigantesca nel “pieno” della sua espressione umana.

Ma dopo la piena ho visto gli alberi vestiti di stracci: i rami superbi attoniti, acconciati con brandelli di buste, plastiche colorate e nere di sacchi pendenti ovunque. La vista reale, in questa Roma, è sempre più reale se l’ignoranza ci offre questo suo specchio.

Ho visto la montagna lontana dietro i gas, e quest’acqua violentata sotto i nostri occhi che sempre tenta la sua sorgiva verginità.

Ho visto il dio “biondo” stranito e alieno come quel trans trattato da bestia, lungo corpo livido tra queste rive.

Ho visto i blasfemi corvi dominarlo e i topi viscidi farvi tane, gli esseri più infimi amarlo.

Io che sono sceso nella sua fossa tra le acque maculate di liquame ho visto.

***

Lezioni

I

Si dovrebbe sempre essere armati di penna, apparato fotografico, telecamera, etc. quando si passeggia nel tempo scampato alla compressione e alla depressione, e per vie, spiagge, prati come reduci di guerra o ex-carcerati andiamo belli così, in bicicletta o sulle meravigliose gambe.

Ma ci hanno educato ad esser depressi e compressi sotto i dettati!

O sole, albero, ragazza leggera sul prato, o vortice d’aria che dal sentiero alzi quel fantasma che avvolto in una sciarpa di foglie e cartacce cammina superbo finché nell’aria vasta si sfalda.

II

Romanza n.2 di Beethoven seduti in macchina e viaggiare

Da una finestra affacciati in borgata incidere versi

Strumenti ci aspettano stazioni di treno ci chiamano aeroplani ci provocano

Ma i soldi non permettono, dobbiamo contarli inchiodati

i carri armati si posizionano, dobbiamo includerli nelle mappe e nelle poesie

Poesie? Sì, questo bambino registrato all’anagrafe trentanove anni fa vorrebbe nutrirsi di poesia, essere degno della vita.

III

A qualche lezione d’adulto hanno portato questo uomo che voleva dimenticare d’essere adulto per quel senso arcano che ci fa preferire al cemento l’erba.

Mi promettevo di svelare quel bambino coperto di croste, il piccolo innocente contro il grande dittatore mi sembrava l’unico dovere!

Ma il bimbetto, già creatore di poesie, è stato portato alla scuola e lì castrato.

Scuola del contare i soldi intascati con l’entusiasmo dei carcerati che contano i giorni; scuola del trascinarsi ambiziosi nella pochezza… Basta! invoco la mia morte di borghese reclamo la vita di quel bambino affermo che delle mie trentanove annate è certo lui il mio sapore più sacro: i miei mille poemi i miei prati da atleta i miei balzi lunghi da felino scappato allo zoo di Stato.

***

Vino distillato dalle piaghe angelo ricavato dal dolore oggi compio, qui, l’ennesimo delitto – delitto della poesia!

Il bambino ricuce così la sua ferita – chirurgia di parole.

Ma quale gesto lo ha squartato? forse un uncino di bocche truccate che hanno parlato una lingua non vera, o quel gigante che chiamano abbandono, o quel nulla che ha distratto il genitore.

Ma non importa ormai – in questo mattino illuminato d’immenso orrore, qui nel futuro avverato – quale delitto abbia reso così feroce il bambino fino a farlo urlare con voce maschia e per mille fogli senza orario né meta consumarlo – oh poesia di una biro così seria!

Senza l’ultimo pudore cosa resta? nella vocazione di un provocatore non c’è poesia, no, pulsa una bieca impudica ispezione da squartatore.

Si sa, il bambino che non si sente amato risponde così: inconsciamente s’ammala e muore – mentre colui che è ben dotato di poetico talento procede e s’alza nel delitto, angelico distruttore.

***

O lingua italiana gabbia della mia lingua nativa materna, paterna, fraterna avuta in ogni possibile modo e che in ogni modo mi tiene fammi uscire!

Vediamo già da troppo tempo oltre questa cintura di cattiveria, confini che ci spetta di rompere.

La morte gioca qui con libertà e i suoi maestri sono noti, finché entra con forza nei nostri girotondi amorosi, vitali, divinamente puerili.

Ho cercato di respingere quella mano che si ostina a voler cogliere la mia, a farci girare, a girare con noi.

Ieri sera è stata un’altra sera che potrei dire “non venuta dalla mia mano”, né mia, né nostra, né di nessuno e nemmeno di questa lingua, non italiana.

Ma io come poeta, leccato per primo da questa lingua di morte, sono il primo tra i morti, il primo tra gli italiani.

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